L'utilità dell'inutile. Il nulla come matrice di ogni significato
Una delle cose più inutili – in un senso per l'appunto utilitaristico – è riflettere. «Riflettere», termine il cui etimo latino «reflectĕre» se da una parte indica «volgere indietro» – quasi come un guardare indietro –, dall'altra quel «flectĕre» sta per «piegare», imprimendo alla riflessione un significato che implica uno sforzo, una fatica: la fatica del pensare.
Tra le cose più «inutili» in assoluto vi è un particolare pensare consistente in quella riflessione che ha come proprio contenuto il riflettere stesso. In altre parole, all'interno del quotidiano (e della sua presunta mancanza di tempo) sembra essere tanto inutile quanto faticoso fermarsi e porre in discussione le basi del proprio pensiero (sia personale che mediato dal milieu culturale), poiché esse sono percepite come qualcosa di astratto, improduttivo e poco in linea con ciò che fa del quotidiano un modo di essere nei confronti del prossimo. Così, non solo si finisce per ritenere inutili alcune riflessioni, ma anche così astratte da essere di conseguenza non produttive, instillando nel prossimo una serie di sospetti sulla stessa capacità di aderenza al reale da parte di chi tenta la fatica del pensare.
Quindi se invitassi a riflettere sul «nulla» potremmo dire che siamo all'apoteosi dell'inutilità e dell'astrattezza. Del resto, riflettere sul nulla sembra significare non pensare a nulla, cioè non pensare affatto. Cosa c'è di più inutile? Eppure, c'è una utilità anche nell'inutile, a patto che si sia disposti a ridiscutere i significati scontati mediati dal proprio rapporto abitudinario con il mondo ed a capovolgerne il senso. Il primo capovolgimento richiesto dalla fatica del pensare consiste nel concepire come concreto ciò che comunemente riteniamo astratto. Il secondo capovolgimento inerisce proprio il senso del nulla, poiché esso è la matrice primaria su cui si costituiscono tutti i significati. Un primo tentativo è quello di provare a guardare in faccia il nulla e, più o meno esplicitamente tutta la filosofia, ed oggi anche la scienza, si è scontrata con questo significato. C'è chi ha deciso di rifuggirlo, chi di liquidarlo e chi di provare a descriverne l'intima struttura. La prima cosa che viene in mente è che sia necessario stabilire cosa sia il nulla.
Ciò diventa necessario soprattutto se si riflette in termini scientifici sull'origine dell'universo fisico, in quanto risalendo le catene causali si giunge in quel luogo principiale che porta alcuni scienziati a sostenere che l'universo sia originato dal nulla, sottintendendo che l'originarsi di qualcosa dal nulla sia possibile.
Nello stabilire cosa sia il nulla viene naturale voler significare il nulla, ciò dire «il nulla è...» o anche «il nulla significa...». Non appena si intraprende questa strada ci si ritrova improvvisamente in un sentiero buio, in un vicolo cieco. È necessario, allora, avventurarsi nel sentiero della notte con in mano una torcia e quella torcia è la luce dell'essere. Se il nulla è nulla (nulla assoluto, «nihil absolutum») come possiamo davvero pensarlo o significarlo? Sembra che siamo di fronte ad un'aporia, cioè un problema le cui possibilità di soluzione risultano annullate in partenza da una contraddizione. Il tentativo di far significare il nulla appare come lo stabilire che l'essere sia nulla, cioè che quella torcia che illumina il buio sentiero non sia una torcia, così da non ritrovarci tra le mani quell'unico significato capace di illuminare il cammino verso la chiarificazione.
Tra le cose più «inutili» in assoluto vi è un particolare pensare consistente in quella riflessione che ha come proprio contenuto il riflettere stesso. In altre parole, all'interno del quotidiano (e della sua presunta mancanza di tempo) sembra essere tanto inutile quanto faticoso fermarsi e porre in discussione le basi del proprio pensiero (sia personale che mediato dal milieu culturale), poiché esse sono percepite come qualcosa di astratto, improduttivo e poco in linea con ciò che fa del quotidiano un modo di essere nei confronti del prossimo. Così, non solo si finisce per ritenere inutili alcune riflessioni, ma anche così astratte da essere di conseguenza non produttive, instillando nel prossimo una serie di sospetti sulla stessa capacità di aderenza al reale da parte di chi tenta la fatica del pensare.
Quindi se invitassi a riflettere sul «nulla» potremmo dire che siamo all'apoteosi dell'inutilità e dell'astrattezza. Del resto, riflettere sul nulla sembra significare non pensare a nulla, cioè non pensare affatto. Cosa c'è di più inutile? Eppure, c'è una utilità anche nell'inutile, a patto che si sia disposti a ridiscutere i significati scontati mediati dal proprio rapporto abitudinario con il mondo ed a capovolgerne il senso. Il primo capovolgimento richiesto dalla fatica del pensare consiste nel concepire come concreto ciò che comunemente riteniamo astratto. Il secondo capovolgimento inerisce proprio il senso del nulla, poiché esso è la matrice primaria su cui si costituiscono tutti i significati. Un primo tentativo è quello di provare a guardare in faccia il nulla e, più o meno esplicitamente tutta la filosofia, ed oggi anche la scienza, si è scontrata con questo significato. C'è chi ha deciso di rifuggirlo, chi di liquidarlo e chi di provare a descriverne l'intima struttura. La prima cosa che viene in mente è che sia necessario stabilire cosa sia il nulla.
Ciò diventa necessario soprattutto se si riflette in termini scientifici sull'origine dell'universo fisico, in quanto risalendo le catene causali si giunge in quel luogo principiale che porta alcuni scienziati a sostenere che l'universo sia originato dal nulla, sottintendendo che l'originarsi di qualcosa dal nulla sia possibile.
Nello stabilire cosa sia il nulla viene naturale voler significare il nulla, ciò dire «il nulla è...» o anche «il nulla significa...». Non appena si intraprende questa strada ci si ritrova improvvisamente in un sentiero buio, in un vicolo cieco. È necessario, allora, avventurarsi nel sentiero della notte con in mano una torcia e quella torcia è la luce dell'essere. Se il nulla è nulla (nulla assoluto, «nihil absolutum») come possiamo davvero pensarlo o significarlo? Sembra che siamo di fronte ad un'aporia, cioè un problema le cui possibilità di soluzione risultano annullate in partenza da una contraddizione. Il tentativo di far significare il nulla appare come lo stabilire che l'essere sia nulla, cioè che quella torcia che illumina il buio sentiero non sia una torcia, così da non ritrovarci tra le mani quell'unico significato capace di illuminare il cammino verso la chiarificazione.
Innanzitutto, bisogna procedere con cautela e considerare che un significato è tale in quanto lo si «pone», pertanto le cose del mondo (gli enti, gli essenti) hanno un «positivo significare». La casa, l'albero sono quella casa o quell'albero poiché sono un significato posto. Sicché nella quotidianità molti significati posti non appaiono problematici poiché non appare problematica la loro posizione. Ciò vale, a limite, anche per quei significati che non hanno riscontro nella realtà materiale (e.g., «unicorno rosa») e che fa dibattere idealisti e realisti. O ancora, al limite, i contenuti onirici. Porre il nulla appare problematico e per alcuni non se ne può nemmeno parlare. Cosa sto ponendo in effetti quando pongo il nulla? Sto ponendo qualcosa che non ha contenuto; per dirla in termini più tecnici c'è un denotante senza denotato, un referente senza riferimento. Per tentare di attraversare il sentiero buio e ritrovare la luce è allora necessario fare proprio il primo capovolgimento di cui sopra, ovvero concepire come concreto ciò che comunemente riteniamo astratto e, viceversa, come astratto ciò che comunemente riteniamo concreto. In altre parole, quando tentiamo di definire il nulla («il nulla è...» o anche «il nulla significa...»), quel nulla che stiamo pensando/ponendo è un'astrazione di quel concreto nulla che fa capolino dietro l'(apparente) aporia. Comprendere ciò significa pensare in termini dialettici e riconoscere un certo operato del pensiero comune che tenta di isolare i significati, come mettendoli sottovuoto così da recidere tutte le (necessarie) relazioni con il resto. Non riconoscendo quindi che l'isolamento semantico porta a ritenere comunemente concreto ciò che invece è l'astrazione, che Hegel ha riconosciuto come l'operato dell'intelletto (al cospetto della ragione). L'apparente impossibilità di pensare il nulla deriva dall'isolare un significato e tale isolamento porta ad una contraddizione (dialettica). In altre parole, il nulla è un significato strutturato in due momenti distinti (e non isolati). Ora dire «strutturato in due momenti distinti» significa non isolati, cioè, valenti come un’unica entità, sì che la distinzione dei due momenti è utile in una fase esplicativa o comprensiva.
Quindi, il nulla è strutturato in due momenti (dialettici): M1 – il significato nulla, l’assoluta negatività, M2 – la positività o determinatezza di M1, cioè l’essere del «significato» nulla.
Pertanto, il nulla è un significato autocontraddittorio (chiamiamolo Nulla 1) che ha come momento semantico il nulla-momento, cioè il nulla che è, come assoluta negatività (Nulla 2). Il nulla che significa come nulla (Nulla 2) è momento semantico (incontraddittorio) del nulla autocontraddittorio (Nulla 1). L’autocontraddittorietà è nella sintesi del nulla-momento (M1) e del «positivo significare» di esso (M2).
Quanto qui sia sta tentando è l'aggirare l'aporia del nulla come Emanuele Severino ha indicato nella Struttura originaria del 1958. Severino ci dice che c'è una sintesi (dialettica) tra il positivo significare del nulla (M2) e il suo nulla-momento (M1), sì che si può guardare in faccia il nulla, se ne può parlare, a patto che si abbia contezza della sua intima struttura. M1 - il nulla-momento - è «assoluta negatività» che si contrappone all'«assoluta positività», così per Severino «il positivo si contrappone massimamente al negativo». Qui «negativo» ha significato contrapposto a «positivo» (nel senso di porre), dove «negativo» può essere inteso anche come il «massimamente escludente», cioè il negare inteso in termini di esclusione. Severino, quindi nel guardare in volto il nulla ci invita a non escludere l'escludente se dell'escludente si vuole dire. Ma allora la sintesi originaria di M2 ed M1 sta dicendo «semplicemente» che «essere non significa nulla» ed è questa la natura più intima del principium firmissimum noto come principio di non contraddizione. Il senso autentico del principio di non contraddizione sta proprio nella contraddizione tra l'assoluta negatività (M1) e il suo positivo significare. È necessario, altresì, che la contraddizione nel principio di non contraddizione sia «positivamente significante». In questo senso, la contraddizione del principio di non contraddizione è proprio il nulla, inteso come ciò che è impossibile che sia; ovvero proprio «quel» nulla e non altro. E in questo senso che va inteso anche il «non essere» parmenideo nella celebre affermazione l'«essere è e il non essere non è» e cioè quella negazione presente nel «non essere» che in quanto tale pur afferma (pone) qualcosa. Negare l'essere per Severino è un «togliere conservando», sì che il significato del «non essere» è sottoposto alle stesse considerazioni (dialettiche) di cui sopra nei riguardi del nulla.
Ma per intravedere l'utilità dell'inutile nascosta in tali apparenti quisquilie, è necessario fare un passo avanti e considerare in termini dialettici (e.g., nella logica dialettica) che porre un qualunque significato (diciamo A) significa porre la sua «negazione infinita» (diciamo non-A) e cioè tutto ciò che esso non è. In altre parole, A non può essere isolato da tutte le relazioni con ciò che è altro da A. La posizione del significato A implicita la posizione della sua negazione. Tale concezione è nota talvolta come principio dell'olismo semantico. Se vale questo principio dialettico allora «il significare del nulla implica lo stesso assoluto significare, lo stesso intero semantico». In altre parole, quando si ha a che fare con trascendentali quali la «totalità» o l'«intero» è quello specifico senso del nulla che ne costituisce la sussistenza. M1, il nulla-momento, il negativo assoluto, che è momento o contenuto semantico del positivo significare del nulla autocontraddittorio (Nulla 1), costituisce proprio l'«altro» dall'«intero campo semantico». Il nulla-momento M1 nega la totalità del campo semantico, sì che il nulla si pone come orizzonte del significato come tale (e questo non è cosa da poco essendo in gioco la «determinatezza» del significato in quanto tale). Nella Struttura Originaria Severino asserisce che «se l'altro dall'intero è l'assoluta negatività, la presenza di questa, come tale, ossia come altro dall'intero, implica addirittura la presenza dell'intero». Qui Severino opera in termini prettamente dialettici, sottointendendo, per utilizzare una terminologia comune a Hegel che il nihil absolutum è posto come «tolto», si che si può dire in termini semplificati che l'intero è posto nel nulla e, come già asserito, il nulla è l'orizzonte del significato (ne garantisce la determinatezza).
Tali «inutilità» che appaiono come meri giochi di parole nascondono invece la struttura base di tutti i nostri pensieri quotidiani (e anche azioni) in qualsiasi ambito sia esso pratico che speculativo, in quanto è in gioco il significare stesso in quanto tale e il nostro rapporto con il mondo è strutturato dai significati che si dischiudono in tale rapporto.
In ultimo, il pensare in termini scientifico-materialistici un universo che «nasce dal nulla» (o che è immerso nel nulla) dovrebbe creare meno problemi, non perché ciò sia di per sé vero, ma perché pensare la «nascita» dell'universo in termini trascendentali (inerenti la totalità) significa porre un essente (l'universo) come totalità, ma così facendo non si può escludere il nulla come orizzonte significante di tale totalità; intendendo il nulla come strutturazione del suo positivo significare e del suo nulla-momento incontraddittorio. Appena si tenderà ad isolare il nulla-momento dal suo positivo significare anche l'universo lo si farà nascere «dal» nulla, identificando nel senso nichilistico più assoluto l'essere con il nulla. Essere non significa nulla, ma il nulla come altro dall'intero campo semantico è «semplicemente» il suo orizzonte ultimo.
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Emanuele Severino, La struttura originaria, Adelphi, 1981 (orig. 1958)
