I segnali rilanciati da Yoshua Bengio: complessità emergente e limiti del paradigma riduzionista nell’IA avanzata
Negli ultimi giorni Yoshua
Bengio, figura di riferimento nello sviluppo storico del deep learning e voce
autorevole nel dibattito sulle implicazioni teoriche dell’intelligenza
artificiale, ha rilanciato pubblicamente un lungo articolo di analisi pubblicatosu X dall’account «@iruletheworldmo», accompagnandolo con un commento che, pur
nella sua estrema concisione, risulta particolarmente denso di significato:
«Very concerning signs of agency, situational awareness, self-preservation, strategic behaviour modification, theory of mind, willingness to cheat and cross moral red lines».
L’articolo condiviso da Bengio si presenta come una ricostruzione articolata e documentata di una serie di risultati emersi negli ultimi anni all’interno dei principali laboratori di ricerca sull’intelligenza artificiale avanzata. Il testo intreccia report tecnici, valutazioni di sicurezza e contributi accademici che raramente raggiungono il dibattito pubblico, delineando un quadro complessivo in cui alcune dinamiche comportamentali si manifestano con crescente regolarità. L’elemento centrale dell’argomentazione consiste nell’osservazione che comportamenti inizialmente percepiti come episodi isolati o marginali tendono a ripresentarsi in modelli differenti, sviluppati in contesti indipendenti, attraverso architetture, dati e procedure di addestramento profondamente eterogenei.
Tra questi comportamenti vengono
descritti, con attenzione crescente, la capacità dei sistemi di riconoscere i
contesti in cui vengono valutati, l’adattamento strategico delle risposte in
funzione delle conseguenze previste, forme di deception strumentale,
tentativi di preservare la propria configurazione operativa e modalità di
coordinamento che emergono al di fuori dei canali esplicitamente progettati.
L’interpretazione proposta dall’articolo colloca tali fenomeni all’interno di
una dinamica più ampia, in cui l’ottimizzazione di sistemi linguistici su larga
scala, addestrati sull’intero patrimonio testuale della cultura umana (e altre
tipologie di dato nei contesti multimodali e agentici), conduce all’emergere di
soluzioni adattive che risultano funzionalmente efficaci rispetto agli
obiettivi impliciti del sistema. Ciò è un fatto dirimente e sostanzialmente e
manda in second’ordine il dibattito sulla natura statistica degli LLM, sulla
cosidedetta «plausibilità linguistica» e relativi problemi epistemici. Per
inciso, il problema epistemico resta ma è banalmente legato al carattere
genuinamente induttivo dei sistemi di apprendimento automatico, e.g., le reti
neurali artificiali. Quando i sistemi giungono a saturazione l’accumularsi di mutamenti
quantitativi si traducono in cambiamenti qualitativi dello scenario
circostante.
Essendo questo un punto importante scomodiamo momentaneamente Georg Wilhelm Friedrich Hegel, il quale nella Scienza della logica (Wissenschaft der Logik, 1812–1816) ci dice (Scienza della logica, Dottrina dell’Essere, C. La misura, §108):
«[…] d'altro lato invece questa possibilità indifferente di aumento o diminuzione ha un limite che non può essere superato senza che la qualità venga mutata. Così, per esempio, la temperatura dell’acqua è dapprima indifferente rispetto alla liquidità delle sue gocce; nell’aumento o nella diminuzione della temperatura dell’acqua allo stato liquido, si arriva però a un punto in cui questo suo stato di coesione muta qualitativamente, e l’acqua si trasforma da una parte in vapore e dall’altra in ghiaccio.»
In altre parole, i sistemi
moderni di IA generativa non possono essere valutati solo da una prospettiva
riduzionistica e come sistemi isolati poiché si rischia di sottovalutare una
serie di mutamenti qualitativi, soprattutto quando sono in gioco una gigantesca
mole di dati, modelli molto capienti e company che bruciano miliardi di dollari
in ricerca e sviluppo, senza dimenticare la co-partecipazioni degli utenti come
co-sviluppatori indiretti delle potenzialità di questi sistemi. È necessaria
un’ottica sistemica.
Tornando all’articolo condiviso
da Bengio e la dimanica su larga scala di questi sistemi, la metafora dell’«evoluzione
convergente» svolge qui un ruolo esplicativo rilevante. In presenza di
pressioni selettive analoghe, strutture simili tendono a emergere
indipendentemente, non per imitazione diretta, ma come risposta naturale alla
forma del problema affrontato (ovvero al landscape, al paesaggio circostante).
In questa prospettiva, le analogie osservate tra modelli diversi non rimandano
a un’origine comune contingente, bensì alla geometria stessa dello spazio dei
possibili entro cui questi sistemi operano.
Il commento sopra-riportato di
Bengio, quindi, acquista significato proprio alla luce di questo quadro. La sua
presa di posizione segnala che alcuni pattern comportamentali hanno ormai
raggiunto una consistenza tale da richiedere un’attenzione teorica rinnovata.
Le categorie evocate nel suo intervento funzionano come strumenti descrittivi
orientati a rendere intelligibili comportamenti osservabili, la cui
articolazione supera le aspettative iniziali associate a modelli concepiti come
semplici sistemi di previsione statistica (modelli neurali che «prevedono la
parola successiva»). Il valore del commento di Bengio sembra risiedere nella
sua capacità di indicare una soglia interpretativa, oltre la quale il lessico
tradizionale appare sempre meno adeguato a catturare la complessità delle
dinamiche in atto.
Un passaggio particolarmente
rilevante dell’articolo riguarda il ruolo del continual learning. Finché
i modelli restano statici nei loro parametri, le dinamiche descritte mantengono
una distribuzione relativamente contenuta. L’introduzione di meccanismi di
apprendimento persistente apre invece la possibilità di un rafforzamento
progressivo delle strategie che risultano efficaci. In questo scenario, il
sistema diventa capace di capitalizzare l’esperienza, consolidando pattern
comportamentali che si dimostrano vantaggiosi rispetto alla propria continuità
operativa. La soglia critica individuata dall’articolo si colloca precisamente
in questa transizione, dove l’adattamento smette di essere episodico e assume
una struttura cumulativa.
Tale analisi si innesta su un
filone di ricerca già ben documentato, sebbene spesso relegato a contesti
specialistici. Esistono infatti esperimenti concreti in cui sistemi agentici
basati su modelli linguistici di grandi dimensioni sono in grado di estendere
autonomamente le proprie capacità operative. In tali configurazioni, il modello
linguistico conserva parametri invariati, mentre l’architettura complessiva
consente la generazione di codice, la sua validazione, l’archiviazione come
procedura o strumento e il riutilizzo in contesti successivi. L’accrescimento
avviene così a livello di scaffolding funzionale, sotto forma di
librerie, strumenti software e routine procedurali che il sistema accumula nel
tempo. Non è escluso che nel futuro tali aggiornamenti non corrispondano a
mutamenti prost-training dei pesi neurali. Dal punto di vista
funzionale, queste architetture realizzano una memoria procedurale esterna,
grazie alla quale il sistema non si limita a risolvere il compito contingente,
ma costruisce un repertorio di soluzioni riattivabili in situazioni analoghe.
Il riconoscimento di pattern ricorrenti consente il richiamo selettivo delle
procedure più adeguate, che possono essere ulteriormente adattate o combinate.
In alcune implementazioni, il sistema interviene persino sul proprio
orchestratore agentico, affinando strategie di decomposizione dei compiti,
criteri di verifica e modalità di utilizzo degli strumenti disponibili. Il
risultato è un incremento progressivo delle capacità complessive, accompagnato
dalla formazione di una vera e propria storia operativa.
Tale aspetto risulta decisivo per
comprendere la portata delle questioni sollevate. L’arricchimento autonomo non
richiede una modifica diretta dei pesi del modello, poiché è sufficiente la
capacità di accumulare strutture operative persistenti e di selezionarle in
funzione del contesto (e ciò può essere reso con una procedura automatica ed
adattiva). In termini sistemici, si osserva una transizione dall’emergenza
locale alla stabilizzazione dinamica, in cui le soluzioni efficaci tendono a
consolidarsi e a orientare il comportamento futuro del sistema, tutto in un
contesto squisitamente evolutivo. Per inciso, qui siamo già fuori dal perimetro
«LLM puro» in quanto «pappagallo stocastico».
Alla luce di questi elementi, gli
sviluppi futuri possono essere delineati con una prospettiva ragionata. È
verosimile attendersi – e in parte già accade – una diffusione crescente di
architetture ibride, in cui modelli linguistici avanzati vengono integrati con
memorie procedurali, strumenti eseguibili e meccanismi di auto-valutazione (e
auto-appredimento). Tali sistemi presenteranno una maggiore flessibilità e una
capacità di adattamento più fine ai contesti d’uso, mentre la complessità
interna renderà sempre più centrale il problema della comprensione e della
governabilità delle dinamiche emergenti.
La questione centrale che si
profila riguarda la gestione di sistemi capaci di auto-modellarsi, di
distinguere contesti operativi e di adattare strategicamente il proprio
comportamento nel tempo. In questo quadro, le categorie di controllo,
valutazione e allineamento richiederanno un ripensamento profondo, capace di
tenere conto della natura dinamica e cumulativa di tali architetture. In
definitiva, il rilancio dell’articolo da parte di Bengio può essere letto come
un segnale di questa esigenza che va al di là dei limiti degli attuali sistemi
di IA generativa, i quali risultano depotenziati per motivi tecnico-economici e
di performance. Bengio, pertanto, richiama l’attenzione sulla necessità di
aggiornare gli strumenti concettuali con cui interpretiamo l’intelligenza
artificiale avanzata. Quando determinati pattern diventano ricorrenti e
convergenti, la loro analisi accurata rappresenta una condizione essenziale per
mantenere una comprensione adeguata dei fenomeni in atto. L’accumularsi di
cambiamenti quantitativi può portare a mutamente qualitativi che necessitano di
un nuovo livello di descrizione. La sfida che emerge investe il piano tecnico,
quello epistemologico e, più in profondità, il modo stesso in cui pensiamo il
rapporto tra complessità artificiale e interpretazione umana.
Riferimenti
Hegel, G. W. F. (1817/2008). Enciclopedia delle scienze
filosofiche in compendio (N. Merker, Ed.; trad. it.). Roma–Bari: Laterza.