La singolarità è più vicina — Ray Kurzweil
La singolarità è più vicina di Ray Kurzweil non è semplicemente un libro sul futuro della tecnologia, ma un manifesto esplicito di fede nel potenziale illimitato del progresso esponenziale. Con l'ambizione di un trattato filosofico e l'energia di un pamphlet visionario, Ray Kurzweil costruisce un percorso ardito attraverso le traiettorie convergenti della biotecnologia, nanotecnologia, intelligenza artificiale e neuroscienze, proiettando il lettore verso un punto di non ritorno: la Singolarità Tecnologica.
A distanza di vent’anni dalla prima edizione di The Singularity Is Near (2005), molte delle previsioni di Kurzweil appaiono oggi straordinariamente vicine — non tanto nella loro forma più estrema, quanto nelle linee di tendenza che hanno trovato una manifestazione concreta. Se nel 2005 le reti neurali erano ancora una tecnologia marginale, oggi l’avvento dei modelli generativi su larga scala, come i grandi modelli linguistici (LLM), ha segnato una vera e propria rivoluzione cognitiva: per la prima volta, l’intelligenza artificiale non si limita a calcolare o classificare, ma simula con impressionante efficacia processi cognitivi tipicamente umani — comprensione, produzione, inferenza, astrazione. Questa svolta non era pienamente prevedibile nel quadro tecnico della prima edizione, dove Kurzweil puntava più sull’hardware, sulle curve di potenza computazionale e sull’ingegneria del cervello. Oggi, invece, il salto qualitativo sembra avvenire soprattutto nella dimensione modulare e linguistica dell’intelligenza, in una forma che si avvicina sorprendentemente alla fenomenologia dell’intelligenza umana, pur emergendo da architetture profondamente diverse.
Al cuore della tesi di Kurzweil vi è il principio dell'accelerazione: la tecnologia, sostiene, non avanza in modo lineare, ma secondo curve esponenziali, spesso sottovalutate dagli osservatori comuni. È questa progressione che, secondo l'autore, ci condurrà — inevitabilmente e forse anche troppo rapidamente — verso un momento in cui l’intelligenza artificiale supererà quella umana, ristrutturando la realtà biologica e cognitiva in modi che oggi possiamo appena intuire. In tale orizzonte, l’intelligenza diventa non solo artificiale, ma ubiquitamente distribuita, potenziata e interiorizzata. L’essere umano, lungi dal tramontare, si fonde con la macchina, superando i suoi stessi limiti biologici. La narrazione di Kurzweil è densa di dati, previsioni e proiezioni, ma non per questo manca di un'impronta quasi teologica. La Singolarità è presentata come evento epocale, quasi escatologico, una soglia oltre la quale le categorie ordinarie di spazio, tempo, identità e persino mortalità si dissolvono o si rifondano. La promessa di sconfiggere l’invecchiamento, di mappare e potenziare la mente, di raggiungere una forma di immortalità digitale, costituisce un atto di rottura radicale con la finitezza che ha sempre definito la condizione umana. E tuttavia, è proprio in questa radicalità che emergono le tensioni più profonde del testo. Se Kurzweil crede in una razionalità ingegneristica capace di governare e guidare il destino, ciò che rimane in ombra è la questione del senso. Cosa significa diventare postumani? Quale sarà lo statuto dell’esperienza, della soggettività, del desiderare, una volta che la coscienza sarà incorporata in substrati computazionali infinitamente espandibili? Kurzweil non elude del tutto queste domande, ma tende a trattarle come conseguenze collaterali piuttosto che come nodi filosofici centrali.
In questo senso, il libro può essere letto anche come il documento emblematico di una visione prometeica della tecnica: la macchina come prosecuzione potenziata dell’umano, ma anche come suo destino. La soglia della Singolarità appare così, paradossalmente, come un ritorno al mito, dove la tecnica, lungi dall’essere strumento, si fa orizzonte metafisico. Il testo è ricco di intuizioni brillanti e ricostruzioni storiche affascinanti, ma la sua forza sta soprattutto nella sua capacità di strutturare un’immaginazione sistemica del futuro. Kurzweil non si limita a predire: costruisce un’architettura narrativa e concettuale in cui il divenire tecnico dell’essere umano diventa necessità logica, e non semplice possibilità.
Alla luce del pensiero filosofico più classico, si potrebbe osservare che ciò che Kurzweil chiama “Singolarità” è una forma estrema di Gestell, la messa in opera del reale come fondo disponibile, di cui Heidegger aveva intuito la potenza e insieme il pericolo. L’uomo della Singolarità, nell’entusiasmo del dominio sulla morte e sul limite, rischia di dimenticare non solo il senso dell’essere, ma la propria radice ontologica di finitudine. Tuttavia, anche questa aporia è, in un certo senso, già contenuta nella forza visionaria del testo. È proprio nel suo essere eccedente, utopico, eccessivo, che La singolarità è più vicina ci costringe a pensare, a reagire, a prendere posizione. Non è un libro da accettare senza critica, ma è un libro impossibile da ignorare.
